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Un'eruzione devastante 4000 anni prima di Pompei

 

Finora si credeva che l’eruzione più violenta del Vesuvio fosse stata quella che distrusse Pompei, nel 79 d.C., ma una ricerca dell’Osservatorio Vesuviano – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) indica un evento ben più grave accaduto nell’Antica Età del Bronzo, nel 3780 a.C.: un’eruzione molto più violenta e devastante di quella che fece scomparire Pompei ed Ercolano.

Il Vesuvio provocò allora una catastrofe di proporzioni difficilmente immaginabili, sprigionando una potenza maggiore di quella finora conosciuta.

 

L’eruzione ebbe effetti devastanti in un’area che si estende fino a 15 chilometri dal vulcano e in tutti i siti considerati nello studio sono rimaste le testimonianze di una drammatica fuga: stoviglie abbandonate a terra nelle capanne e impronte di uomini e animali che cercavano di lasciare i villaggi non appena dal Vesuvio avevano cominciato a innalzarsi colonne di gas e cenere. Gli unici corpi dei quali sono rimasti i resti sono quelli di un uomo e di una donna, sepolti dalla cenere in una zona che si trova a circa 17 chilometri dal vulcano. Molti altri sono morti quando la concentrazione di ceneri nell’aria è aumentata al punto di penetrare nei bronchi e dare soffocamento.

In quella zona, secondo le stime dei ricercatori, vivevano da 10.000 a 20.000 persone; la maggior parte di esse sono riuscite ad allontanarsi dal vulcano, ma l’eruzione deve avere comunque provocato migliaia di morti. Quando i sopravvissuti tornarono ai villaggi, provarono a ricostruirli, come testimoniano i resti dei pali delle capanne trovati dagli studiosi. Ma i campi sommersi dalla cenere erano ormai impossibili da coltivare. Di colpo l’intera struttura sociale e agricola dei villaggi venne cancellata e l’intera zona rimase disabitata.

 

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