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Ma tu vulive ’a pizza … ca’ pummarola ’ncoppa!

 

Anche in epoca romana si consumava la pizza; se ne trovano tracce in un poemetto latino di 123 versi, il Moretum, attribuito a Virgilio, ma opera, probabilmente, di Settimio Severo (o Sereno).

Il componimento poetico si limita a descrivere l’alba in casa di un vecchio contadino: egli si alza, macina il grano, affida la farina ad una schiava che la trasforma in focaccia, che cuocerà sotto la cenere calda (non al forno), mentre lui va nell’orto a raccogliere le erbe buone con cui arricchirà, una volta cotta, la schiacciata. Il Moretum ci apparirebbe come un’insalata messa su una pizza bianca, naturalmente senza pomodoro, introdotto in Europa dopo la scoperta dell’America.

 

Il pomodoro, considerato fino al Settecento un frutto insignificante o addirittura velenoso, solo in seguito divenne un elemento essenziale della cucina, in particolare di quella mediterranea, ma lo hanno adottato sia la cucina tipica sia quella internazionale, rielaborandolo in centinaia di ricette.

Se conosciamo il Moretum nel testo italiano, il merito è di Giacomo Leopardi che, nel 1816, si “divertì” a tradurre il poemetto, tanto distante, per il suo contenuto gastronomico, dalla malinconia di “Silvia” e dal “Passero solitario”. La versione della pizza con il pomodoro, invece, viene descritta per la prima volta da Alexander Dumas nella sua opera Il corricolo, in cui raccolse le esperienze di un viaggio a Napoli del 1835.

 

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