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Altri ritrovamenti nella Villa di Augusto

 

Gli archeologi della missione scientifica giapponese, coordinata dal professor Masanori Aoyagi dell’Università di Tokio che su concessione della Soprintendenza Archeologica di Napoli dal 2001 sta affrontando la campagna di scavi per riportare alla luce una grandiosa villa del I secolo a.C. nell’area di Somma Vesuviana, hanno intercettato negli ultimi anni una serie di interessanti scoperte.

 

 

Gli scavi hanno riportato alla luce il timpano di una grande Basilica dedicata a un dio (ancora da identificare), visto che al centro dell’architettura, in stucco, si nota una corona a rilievo, e un grande peristilio con un colonnato. Quest’ultimo, stimato alto circa sette metri, ha le singole colonne sormontate da capitelli corinzi, ottenute lavorando un unico blocco di materiale proveniente da una cava africana fatta aprire da Settimio Severo nel II secolo d.C.. Inoltre, è stata ritrovata la strada in basoli vesuviani che girava attorno alla villa e recuperato il mosaico che ornava il calpestio dell’ambiente posto tra il peristilio e l’ingresso ad archi della costruzione. L’impianto musivo, a tessere quadrate, bianche e nere, di circa due centimetri di lato, risale al III secolo a.C..

Un busto, di ottima fattura, di quella che potrebbe essere la raffigurazione in marmo di un atleta di duemila anni fa (secondo le prime ipotesi sarebbe la copia di un originale del IV secolo a.C.) sarebbe appartenuto a una delle statue che arricchivano le nicchie laterali del portico della Villa di Augusto; manca della testa e delle braccia e ha le gambe spezzate poco sopra le ginocchia. La statua era nascosta sotto un cumulo di terreno e quasi al centro dell’area che si estende all’interno del maestoso portico. Quasi certamente, secondo gli specialisti, il marmo sarebbe stato sbalzato dalla nicchia che l’ospitava, a cinque metri d’altezza, dalle violenti scosse di un terremoto d’origine vulcanica. Il sisma avrebbe sconvolto l’intera struttura, sotterrata, poi, dalle ceneri espulse dal Vesuvio durante l’eruzione di Pollena, datata alla seconda metà del IV secolo d.C..

 

Infine, il recupero di due ulteriori pezzi, una peplofora (portatrice di peplo, un mantello caratteristico) la cui veste conserva ancora tracce di colore amaranto e un Dioniso di marmo assolutamente unico. Nel primo caso, la figura femminile dovette in antico essere impreziosita con orecchini e con un diadema, attraverso l’uso di fibule, poste sul marmo, all’estremità dell’abito e sulle spalle. Per quel che riguarda il Dioniso, invece, si tratta di una figura unica perché presenta la caratteristica inusuale di un dio che accoglie un cucciolo di pantera tra le braccia invece di averlo, come al solito, accosciato ai piedi.

 

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